Iniziativa pubblica | Incontro internazionale ad Atene – Lavoratrici e lavoratori in architettura, ingegneria e mestieri tecnici

Teatro Embros, Atene;
8 febbraio 2026;
Organizzato da: AKEA

ULLARC ha preso parte a questa iniziativa organizzata da AKEA. Riportiamo su questa pagina il testo del nostro intervento.

Esperienze internazionali di lavoratrici e lavoratori in architettura, ingegneria e mestieri tecnici

Condizioni di lavoro, Diritti, Rivendicazioni, Lotte

Data: Domenica 8 febbraio, ore 18:30
Luogo: Teatro Libero Autogestito EMPROS
Indirizzo: Riga Palamidou 2, Psirri (Atene)

Intervengono
Mauro Sullam (Milano), ULLARC
Cameron McKay (Londra), SAW Unite
Nihal Evirgen (Ankara), Uncomfortable Questions in Architecture
Ioanna Tsiamoura (Atene), AKEA

Domande poste dagli organizzatori

– Quali sono i problemi più significativi nelle relazioni sindacali e lavorative che devono affrontare architetti e lavoratori tecnici in ogni paese?
– Qual è il più ampio contesto politico, sociale ed economico che modella la produzione dell’ambiente costruito? Esistono sindacati o organismi collettivi che rappresentano gli architetti e i lavoratori tecnici e, in caso affermativo, che tipo di azioni intraprendono?
– Quali iniziative persegue il vostro collettivo? Quali sono i loro obiettivi e cosa si potrebbe fare in futuro per migliorare le condizioni della maggioranza dei lavoratori?

Intervento di ULLARC

Buonasera a tutte e a tutti. Sono Mauro e rappresento l’Unione Lavoratrici e Lavoratori in Architettura. Ringrazio moltissimo chi ha reso possibile questa iniziativa e ci ha coinvolto, e saluto le amiche e gli amici di AKEA, di Uncomfortable Questions in Architecture e di SAW Unite. Nel mio intervento cercherò di fornire una risposta alle domande che ci sono state poste dagli organizzatori, riguardanti la condizione di lavoratrici e lavoratori, il contesto socio-politico in cui opera il mercato edilizio e le prospettive concrete di lotta.

Il territorio italiano è caratterizzato da una grande diversità di condizioni ambientali e sociali. Prima dell’unità nazionale, era diviso in tante entità di governo, e questo ha favorito lo sviluppo di diverse aree urbane e metropolitane. Per secoli l’attività rurale ha mantenuto abitati e presidiati i territori extra-urbani, pur in un contesto di povertà diffusa e aspre differenze sociali. Quando nel 1923 viene ufficializzata la professione di architetto, una gran parte d’Italia vive ancora in queste condizioni, anche se diversi territori – e in particolare quello della Pianura Padana a nord – sono lanciati in un massiccio processo di industrializzazione. Tra la fine del XIX secolo e gli anni ’20 del XX secolo, si definisce l’autonomia dei corsi di studi di architettura rispetto alle belle arti e all’ingegneria.

Fino agli anni ’80 del XX secolo, quella di architetto rimane una professione praticata soprattutto da una popolazione medio-alto borghese, solidamente inserita in reti di relazioni accademiche, politiche, culturali e industriali, soprattutto in ambito metropolitano ma non solo. Nel 1988 gli architetti in Italia sono 47.000 (uno ogni 1200 abitanti) a fronte del 2024 in cui sono diventati 157.000 (uno ogni 375 abitanti): i profondi cambiamenti della società italiana si riflettono nel microcosmo professionale dell’architettura. Il numero di architetti è con ogni probabilità destinato a calare nei prossimi anni, per l’effetto combinato di decrescita demografica e calo delle iscrizioni alle facoltà di architettura dopo la crisi del 2008, ma al contempo è cresciuto molto il numero di lavoratrici e lavoratori tecnici in architettura che non sono architette/i, e che quindi non è possibile mappare attraverso le iscrizioni all’Albo.

L’Italia, dopo essere stata radicalmente trasformata da processi di inurbamento e industrializzazione, è oggi un territorio “a due velocità”: le aree metropolitane sono legate a processi di terziarizzazione, in cui cresce sempre di più l’influenza dei settori immobiliare, finanziario, logistico e turistico: in questo contesto, le opere edili sono prima di tutto un veicolo di profitto per grandi e medi gruppi di investimento, e non di rado perdono ogni relazione con le esigenze abitative, culturali e produttive locali, entrando in dinamiche di sovrapproduzione e speculazione. Le aree cosiddette interne assistono nel frattempo a un progressivo svuotamento e invecchiamento demografico, e contestualmente all’estinzione del tessuto sociale e produttivo: si pensi che dal 1985 al 2015 la superficie coperta da boschi è aumentata del 28%, prendendo il posto di territori coltivati.

Sui territori non metropolitani, resiste un mestiere coordinato da professioniste/i autonomi o associati in piccolissimi studi: una rete di collaborazioni tra architette/i ed esponenti di settori affini, la cui sostenibilità economica varia in funzione del tipo di committenza che si riesce a intercettare. Per quanto riguarda le/i giovani che si affacciano al mestiere, se alcuni riescono a intraprendere un percorso economicamente sostenibile, molti devono emigrare verso le aree metropolitane o all’estero per poter raggiungere una seppur fragile indipendenza economica.

Nelle principali aree metropolitane, oltre a un grande numero di studi medio-piccoli o freelance, che spesso lavorano come “subappalti tecnici” di studi e società più grandi, aumenta e si articola sempre di più il peso delle “società di servizi” che modellano la propria attività attorno agli interessi dei raggruppamenti finanziari, del committente pubblico o di ibridi fra queste due categorie. Società di ingegneria, uffici di progettazione interni ad aziende non-edilizie, società di project management, general contractor con comparti di progettazione sono alcuni esempi di entità che raggruppano ognuna centinaia o migliaia di collaboratori, tra cui figurano architette/i, ingegnere/i, geometre/i, perite/i, lavoratrici e lavoratori amministrativi. E’ importante notare che non si tratta solo di società locali, ma spesso di gruppi multinazionali con sedi anche italiane. Purtroppo è molto difficile mappare e quantificare questa complessità, ma la nostra Unione ci sta lavorando: siamo convinti che, quando riusciremo a restituire una prima panoramica su questa complessa struttura lavorativa, daremo un contributo a cambiare la narrazione dominante nei rapporti di settore, quasi sempre tesa ad esaltare il “sovrannumero” di architette e architetti in rapporto al quadro europeo: questa narrazione, spesso utilizzata per spiegare e giustificare lo sfruttamento lavorativo nell’ambito di una competizione sfrenata fra un numero troppo alto di persone, ignora la vastità di mansioni, luoghi e condizioni di ingaggio in cui operano le lavoratrici e i lavoratori in architettura.

Le condizioni di lavoro in architettura, nell’ambito progettuale, tecnico e gestionale, non sono omogenee, e ci serve ancora tempo per ricostruirne un quadro complessivo efficace. Possiamo intanto fornire, nel contesto della nostra discussione odierna, alcuni elementi di riflessione. Avere un solido sostegno familiare, non solo economico ma anche di cultura e relazioni, fa ancora oggi la differenza in molte storie di successo o insuccesso lavorativo, e questa circostanza si salda ad altri vantaggi o svantaggi come il genere (le donne laureate sono di più degli uomini, ma il “gender gap” è ancora forte in termini economici e di posizione), l’origine interna o esterna alla Comunità Europea, la qualità del percorso di formazione ecc. La differenza di classe, se in certi casi agisce come facilitatore di percorsi imprenditoriali autonomi (aprire uno studio o una società, continuare quello di famiglia), sicuramente danneggia le fasce più fragili della categoria: le persone economicamente e socialmente più solide possono permettersi anni di lavoro gratuito e sottopagato, e molte storie di “vocazione” e “sacrificio” nel settore omettono proprio il vantaggio di classe che le ha rese possibili. Chi invece ha davvero bisogno di un compenso per poter essere economicamente autonomo, si trova danneggiato da questa retorica, che esalta l’impegno e il talento personali e tralascia ogni condizione al contorno.

In Italia, la maggioranza delle collaboratrici e dei collaboratori stabili in studi e società è ingaggiato a partita IVA, dunque come professionista autonomo escluso da qualsiasi possibilità di contrattazione collettiva.

Una visione basata sulla performance individuale e sulla disponibilità al sacrificio è un supporto ideale per estrarre lavoro povero in molti settori professionali, compreso il nostro: “Non lavoriamo mica alle poste” o “non timbriamo il cartellino”, si sente dire in molti studi di progettazione per differenziare i cosiddetti *professionisti* dai *lavoratori*, peggio ancora se pubblici, identificati come persone prive di impegno e ambizione. Il lavoro senza limiti di orario diventa metro di virtù. Mentre decine di migliaia di persone, soprattutto giovani, finiscono a lavorare per pochi euro l’ora, l’antico feticcio del *professionista* continua ad essere evocato nel rito iniziatico dello sfruttamento: “sii sfruttato e potrai sfruttare, perché questa è la via del successo”. Il problema è che questa promessa, scellerata in passato quanto oggi, è onorata sempre più di rado, e si tramuta nel semplice “sii sfruttato e potrai continuare ad esserlo”, nel nuovo ordine castale promosso dalla società finanziaria attraverso lo strapotere della rendita, che si traduce in costi della vita insostenibili ai più.

Esiste un Contratto Collettivo Nazionale degli Studi Professionali che potrebbe fare da riferimento nella regolarizzazione del lavoro subordinato: da questo però verrebbero facilmente esclusi architetti e ingegneri che lavorano per altri architetti e ingegneri, perché una legge del 2015 (il cosiddetto “Jobs Act”) esclude questa fattispecie dalla riqualificazione obbligatoria del rapporto di lavoro finto-autonomo in subordinato. A frenare ulteriormente i processi di regolarizzazione intervengono altri meccanismi: architette/i e ingegnere/i sono iscritti a una cassa previdenziale separata e non facilitati nel rientro presso la cassa di stato; dagli zero agli 85.000 euro di fatturato, chi lavora a fattura può rientrare nel cosiddetto “regime forfettario” che prevede un’imposizione fiscale non variabile del 15% e l’abolizione di qualsiasi sgravio fiscale legato ai costi professionali: oltre a demolire la progressività fiscale, questo meccanismo incoraggia la/il falso autonomo a rimanere nella propria condizione, soprattutto quando inizia a superare un certa soglia di fatturato.

Non sono solo le “finte partite IVA” a soffrire i danni di questa prassi lavoristica: l’intero sistema ne subisce le conseguenze: le/i titolari di studi che vorrebbero regolarizzare chi collabora con loro si trovano in difficoltà perché le condizioni di concorrenza sono viziate e rendono certi costi insostenibili per chi vuole rimanere sul mercato; gli studi e le società di una certa dimensione, soprattutto in ambito metropolitano, assistono a un turn-over sempre più elevato di persone che, non ricevendo alcuna prospettiva di stabilità presso il proprio posto di lavoro a partita IVA, transitano di lavoro in lavoro inseguendo offerte migliori.

Anche negli incarichi pubblici sussiste spesso l’invito implicito a comprimere i costi del lavoro: ad esempio, per partecipare a gare di progettazione su invito (entro i 221.000 euro), gli studi professionali presentano un portfolio e un’offerta economica, e spesso vince l’offerta più bassa. I concorsi pubblici (di idee, di progettazione ecc.) implicano una quantità ingente di lavoro che il più delle volte non viene minimamente coperta dai premi previsti, o che è una perdita netta per chi non vince. La legge sull’ “equo compenso” del 2023 stabilisce delle soglie economiche minime quando si lavora per “grandi committenti”, ma con questo garantisce solo i titolari di studi, perché non li obbliga a una redistribuzione ponderata di quei compensi a collaboratrici e collaboratori.

Per motivi di tempo non posso dilungarmi oltre nel descrivere la situazione italiana. Tengo a concludere questo intervento parlando brevemente del nostro gruppo e delle prospettive di azione futura per promuovere diritti e tutele presso le lavoratrici e i lavoratori in architettura. ULLARC è ancora un gruppo piccolo, nato ufficialmente nel 2023 dopo alcuni mesi di gestazione: abbiamo organizzato diverse iniziative pubbliche, riunioni, seminari, tavoli di lavoro, abbiamo partecipato a cortei ma rimaniamo al momento un collettivo informale che non si è costituito in sindacato; a breve, nell’ottica di un primo salto organizzativo e di riconoscimento pubblico, vorremmo costituire un’associazione di promozione sociale.

La nostra azione ha rigurdato principalmente – ma non solo – la condizione di sfruttamento delle e dei giovani professionisti “falsi autonomi”, le disparità legate al genere, il rapporto tra formazione e lavoro nella definizione di dinamiche estrattive e competitive sul lavoro, le vicende migratorie nel settore. A partire dal 2025, partecipiamo alla rete “Architectural Workers’ International”, e nel quadro di questa solidarietà internazionale abbiamo il grande piacere di essere qui oggi. Al momento in Italia non esistono organizzazioni, oltre la nostra, che si occupano di promuovere diritti e tutele per chi lavora in architettura e vive in una condizione di fragilità per motivi di età, di classe, di genere ecc. Esistono solo associazioni categoria che difendono “la professione” senza entrare nel merito delle disuguaglianze che la attraversano.

Le iniziative che stiamo sviluppando o abbiamo in programma per i prossimi mesi sono:  la pubblicazione di un rapporto su studi e società medio-grandi, dove stimiamo un rapporto di una persona assunta ogni dieci collaboratrici o collaboratori, e l’apertura di un tavolo di confronto per la definizione di compensi minimi e il riconoscimento del lavoro subordinato; una campagna di informazione e contrasto sulle diseguaglianze nell’accesso alla professione, in cui parleremo dell’esame di stato e dell’umiliante tirocinio sottopagato che è stato introdotto da alcuni ordini professionali per sostituirne le prove scritte; la collaborazione con uno studio legale, con il quale avremo il primo incontro la prossima settimana, per dare assistenza a lavoratrici e lavoratori in difficoltà; un ciclo di interventi presso il Politecnico di Milano nei quali avremo l’occasione di confrontarci con studentesse e studenti su lavoro e diseguaglianze; il sostegno in corso a una lotta delle e degli assistenti universitari per l’innalzamento dei compensi minimi.

Accanto a queste attività programmate o in corso, rispondiamo quotidianamente a chi ci scrive in privato e la/lo aiutiamo, dove riusciamo, ad affrontare concreti problemi di lavoro o situazioni di stress e disagio. Concludo questo intervento rallegrandomi per una cosa importante: per me, tre anni di Unione hanno significato molto, perché questo continuo lavoro di solidarietà, di formazione, di consapevolezza, mi ha dato una marcia in più sia per aiutare me stesso, sia per aiutare colleghe e colleghi in momenti di difficoltà. Il lavoro politico è senz’altro un impegno, ma restituisce tantissimo e porta molti doni inaspettati. Colgo dunque l’occasione per ringraziare tutte e tutti i compagni di questo percorso, che sono felice di rappresentare qui oggi, e ringrazio moltissimo Kostas e tutti voi per questa preziosa occasione di confronto.

ULLARC took part in this initiative organized by AKEA. We are publishing the transcript of our speech on this page.

International Experiences of Working Architects, Engineers, and Technicians

Working Conditions, Rights, Demands, Struggles

Date: Sunday, February 8th, 18:30
Venue: EMPROS Free Self-Managed Theatre
Address: 2 Riga Palamidou St., Psirri (Athens)

Speakers
Mauro Sullam (Milano), ULLARC
Cameron McKay (Londra), SAW Unite
Nihal Evirgen (Ankara), Uncomfortable Questions in Architecture
Ioanna Tsiamoura (Atene), AKEA

Questions from the organizers

– What are the most significant problems in labour relations faced by working architects and technical workers in each country?

– What is the broader political, social, and economic context shaping the production of the built environment? Are there trade unions or collective bodies that represent working architects and technical workers, and if so, what kind of actions do they undertake?

– What initiatives does your collective pursue? What are their goals, and what could be done in the future to improve the conditions of the working majority?

Text of ULLARC’s contribution

I am Mauro and I represent ULLARC – the Union of Workers in Architecture. I would like to thank those who made this initiative possible and involved us, and I greet our friends from AKEA, Uncomfortable Questions in Architecture, and SAW Unite. In my speech, I will try to provide an answer to the questions posed by the organizers regarding the condition of workers, the socio-political context of the construction market, and the concrete prospects for struggle.

The Italian territory is characterized by a great diversity of environmental and social conditions. Before national unity, it was divided into many governing entities, and this encouraged the development of various urban and metropolitan areas. For centuries, rural activity kept extra-urban territories inhabited and guarded, even in a context of widespread poverty and harsh social differences. When the profession of architect was officially established in 1923, a large part of Italy still lived in these conditions, even though several areas – and particularly the Po Valley in the north – were launched into a massive process of industrialization. Between the end of the 19th (nineteenth) century and the 1920s, the autonomy of architecture studies was defined in relation to fine arts and engineering.

Until the 1980s, architecture remained a profession practiced mainly by a medium-high bourgeois population, solidly embedded in academic, political, cultural, and industrial networks, especially in metropolitan areas, but not only there. In 1988, there were 47,000 architects in Italy – one for every 1,200 inhabitants – compared to 2024, where they have become 157,000 – one for every 375 inhabitants. The profound changes in Italian society are reflected in the professional microcosm of architecture. The number of architects is likely destined to decrease in the coming years due to the combined effect of demographic decline and the drop in enrollments after the 2008 (twenty-o-eight) crisis; but at the same time, the number of technical workers in architecture who are not architects has grown significantly, and it is impossible to map them through professional registers.

Italy, after being radically transformed by urbanization and industrialization, is today a “two-speed” territory. Metropolitan areas are linked to the growth of the service sector, where the influence of the real estate, financial, logistics, and tourism sectors is increasing. In this context, construction works are primarily a vehicle for profit for large and medium investment groups; they often lose any relationship with local housing, cultural, and productive needs, entering into dynamics of overproduction and speculation. Meanwhile, the so-called “internal areas” are witnessing a progressive emptying and demographic aging, along with the extinction of the social and productive fabric. Consider that from 1985  to 2015, the area covered by forests increased by 28% (twenty-eight percent), taking the place of cultivated lands.

In non-metropolitan territories, a craft coordinated by independent professionals or small studios still resists: a network of collaborations between architects and experts from related sectors, whose economic sustainability varies according to the type of clients they manage to intercept. As for the young people entering the profession, while some manage to start an economically sustainable path, many must migrate to metropolitan areas or abroad to achieve even a fragile economic independence.

In the main metropolitan areas, in addition to a large number of small-medium studios or freelancers—who often work as “technical subcontractors” for larger firms—the weight of “service companies” is increasing. These companies model their activity around the interests of financial groups, public clients, or hybrids of the two. Engineering firms, design offices within non-construction companies, project management firms, and general contractors with design departments are examples of entities that each group hundreds or thousands of collaborators, including architects, engineers, surveyors, and administrative staff. It is important to note that these are not only local companies, but often multinational groups with Italian offices. Unfortunately, it is very difficult to map and quantify this complexity, but our Union is working on it. We are convinced that when we manage to provide a first overview of this complex structure, we will contribute to changing the dominant narrative, which almost always emphasizes the “oversupply” of architects compared to the European average. This narrative is often used to justify labor exploitation within a framework of cutthroat competition, ignoring the vast range of tasks, places, and hiring conditions in which architectural workers operate.

Working conditions in architecture—within the design, technical, and management fields—are not homogeneous, and we still need time to build an effective overall picture. In the meantime, we can provide some points for reflection. Having solid family support, not only economic but also in terms of culture and connections, still makes a difference in many stories of professional success or failure. This circumstance is linked to other advantages or disadvantages such as gender (there are more women graduates than men, but the gender gap is still strong in terms of money and position), origin from inside or outside the European Community, and the quality of the training path. Class difference surely damages the most fragile segments of the category: socially solid people can afford years of unpaid or underpaid work. Many stories of “vocation” and “sacrifice” omit the class advantage that made them possible. Those who truly need a salary to be independent are harmed by this rhetoric, which exalts personal commitment and talent while ignoring all background conditions.

In Italy, the majority of stable collaborators in studios and companies are hired as VAT-registered freelancers (partita IVA), and thus as independent professionals excluded from any possibility of collective bargaining. A vision based on individual performance and willingness to sacrifice is an ideal support for extracting “poor labor” in many professional sectors, including ours. “We don’t work at the post office” or “we don’t punch a clock,” is often heard in design studios to differentiate so-called professionals from workers, identifying the latter as people lacking ambition. Working without time limits becomes a measure of virtue. While tens of thousands of people, especially young people, end up working for a few euros an hour, the old fetish of the “professional” continues to be evoked in the ritual of exploitation: “be exploited and you will be able to exploit, because this is the way to success.” The problem is that this promise —as wicked in the past as it is today— is honoured less and less often, turning into “be exploited and you can continue to be so,” in the new order promoted by financial rent, which translates into unsustainable living costs for most.

There is a National Collective Bargaining Agreement for Professional Offices that could serve as a reference for regularizing subordinate work. However, architects and engineers working for other architects and engineers are easily excluded from this, because a 2015 law (the so-called “Jobs Act”) excludes this case from the mandatory reclassification of “fake independent” relationships into subordinate ones. Other mechanisms further slow down regularization: architects and engineers are registered in a separate social security fund; furthermore, for those earning between zero and 85,000 euros, there is a “flat-rate scheme” (regime forfettario) with a fixed tax of 15%. While this destroys tax progressivity, it encourages the “fake freelancer” to remain in that condition.

It is not only the “fake freelancers” who suffer; the entire system is damaged. Studio owners who would like to hire people properly find it difficult because competition is distorted, making certain costs unsustainable. Larger firms, especially in metropolitan areas, see an increasingly high turnover of people who, having no prospect of stability, move from job to job chasing better offers.

Even in public assignments, there is often an implicit invitation to compress labor costs. For example, to participate in “by invitation” design tenders (under 221,000 euros), studios present a portfolio and an economic offer, and often the lowest bid wins. Public competitions involve a huge amount of work that is mostly not covered by the prizes, resulting in a net loss for those who do not win. The 2023 law on “Fair Compensation” establishes minimum economic thresholds when working for “large clients,” but this only guarantees the studio owners, as it does not force them to redistribute those fees to their collaborators.

Due to time constraints, I cannot go further into describing the Italian situation. I want to conclude by briefly talking about our group and the prospects for future action. ULLARC is still a small group, officially born in 2023 (twenty twenty-three). We have organized various initiatives, but we remain an informal collective for now; shortly, we intend to establish a social promotion association. Our action has mainly concerned the exploitation of young “fake freelancers,” gender disparities, and the relationship between training and work. Starting from 2025 (twenty twenty-five), we participate in the “Architectural Workers’ International” network. Currently in Italy, there are no other organizations besides ours that promote rights for those who work in architecture and live in a condition of fragility. There are only professional associations that defend “the profession” without addressing the inequalities within it.

The initiatives we are developing for the coming months are: the publication of a report on medium-large firms, where we estimate a ratio of one hired employee for every ten collaborators; an information campaign on inequalities in access to the profession, including the state exam and the underpaid internships introduced by some professional orders; collaboration with a law firm to provide assistance to workers; a cycle of interventions at the Politecnico di Milano to discuss labor and inequality with students; support for the struggle of university assistants for higher minimum pay.

Alongside these activities, we respond daily to those who write to us privately. I conclude by saying that, for me, three years of the Union have meant a lot. This continuous work of solidarity and awareness has given me the strength to help myself and my colleagues. Political work is a commitment, but it returns a lot. I take this opportunity to thank all the comrades of this journey, and I thank Kostas and all of you for this precious occasion for discussion.